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1994, Milano: quando c'era la lira

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  Milano, Viale Melchiorre Gioia, novembre 1994.

Primavera 2021

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 Monza, Via Volturno

I cigni selvatici di...

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  Il vuoto dovuto alla morte di chi ci accompagna nel quotidiano è qualcosa di difficile da sostenere. Esiste un prima, poi un dopo. Questione di termini e di astrazione. Rimane il fatto di non avere più la possibilità di uno scambio reale con chi è morto. Possiamo parlare con i morti attraverso i ricordi e l'immaginazione. Scrivere dei defunti è cosa normale. Ragionare sull'accaduto può diventara prassi quotidiana e dunque il morto continua a farci compagnia. Non è la stessa cosa senza dubbio. Ma la vicinanza, con chi non esiste più, può diminuire d'intensità, oppure accentuarsi. Parlare con i fantasmi, vivere in compagnia di queste entità astratte è frutto di una capacità peculiare degli umani: immaginare ciò che non c'è, proiettare le possibilità oltre a ciò che i cinque sensi comunicano. Nulla di soprannaturale, non servono medium o sedute spiritiche, più che altro desiderio di contatto, a fronte di una inevitabile sensazione di amputazione. Il lutto è amputazione d

Fantasmicare, fantasmare, fantasmizzare...

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Il termine anglosassone è "ghosting". Ossia sparire all'improvviso dalla vita di qualcuno, non rispondendo a chiamate, mail e togliendo accesso e amicizie varie ai social. E' una tattica passivo-aggressiva. Terapeuti e psicologi associano questa pratica al tipo di stile di attaccamento subito nell'infanzia, nella relazione con i propri genitori o comunque con chi si è preso cura del neonato (caregiver). Un tipo di attaccamento disfunzionale che produce sofferenza inconscia e che poi può portare a questo tipo di schema comportamentale. Per esempio una madre bipolare che sparisce a abbandona ripetetutamente i figli, magari lasciandoli per lunghi periodi all'altro coniuge o a un nonno o una zia. Ma anche un padre separato che promette sempre di incontrare il figlio ma poi trova inevitabilmente una scusa per non farsi mai vedere. Insomma nella relazione affettiva (ma pure amicale), se ad un certo punto questo rapporto mi sta stretto o c'è qualcosa che mi infas

Febbraio 1996, Lisbona

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  La donna della foto era una malata di mente. La potevi ritrovare sul molo di Cais das Colunas davanti alla Praça do Comércio a Lisbona. Parlava da sola e faceva movimenti ossessivi. Aspettava qualcuno? Cercava di sopravvivere alla mancanza di un genitore, di un figlio, di un marito? Occupava lo spazio del molo bianco in modo composto e dignitoso. Non urlava e nemmeno si scomponeva in smorfie sgraziate. Era persa nel suo mondo di attesa, o forse soltanto concentrata. Io vagavo con la mia macchina fotografica e la pellicola in bianconero, in cerca di immagini significative. Non avevo in mente nessun progetto, se non l'idea vaga di scattare istantanee della città dimenticata (così si diceva all'epoca di Lisbona). La donna mi aveva colpito, perchè assomigliava ad una nonna acquisita del passato, secca e appuntita, dai capelli fini e bloccata su una sedia dopo una brutta caduta. Provai disagio nel fotografarla: una parte di me sapeva di dover far scattare l'otturatore meccanic

Febbre

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C: Tu sei morta per me B: il mio testamento dice, mettimi nella merda e ti perseguiterò per il resto del tuo cazzo di vita di merda C: Lui mi segue. A: Cosa vuoi? B: Morire. ...