Rirovarsi a Tokyo

di Guillaume Senez, Francia, belgio, Giappone, USA, 2024, 98'

 

 

Il titolo italiano è lo specchietto per le allodole. Il distributore ha tentato di attirare le masse invasate di sol levante. Il titolo originale ha più senso e coerenza col film: Une part manquante (A Missing part).

Il film ha due piani di lettura, che funzionano più o meno entrambi. Il piano della storia (un padre che cerca la figlia che non vede da nove anni in una metropoli immensa e straniera). E il sottotesto simbolico: il rapporto dell'individuo tra realtà e desiderio, aggiungerei tra conformismo e creatività.

A cosa si riferisce la parte mancante, allora? Da una parte è la figlia, una ragazzina persa di vista per questioni famigliari e di affidamento esclusivo alla madre giapponese, che il protagonista (uno strepitoso Romain Duris) cerca ostinatamente di rivedere, sacrificando tutto o quasi. 

Dall'altra invece, la parte mancante, è il desiderio e l'atto creativo che da' senso all'esistenza, ne motiva le azioni e gratifica chi ha il dono di possederlo. Jay, il padre, è uno chef, un padre, un tassista, uno straniero in terra nipponica, che ha dovuto sopprimere i propri desideri per una vana attesa. Un essere in bilico, la cui identità è forzata in un conformismo di maniera: mai uscire dalle righe, mai urlare e farsi notare, mai rivendicare la propria individualità. Un essere in attesa, per le vie di una megalopoli notturna in cui gli stessi auctotoni si perdono. A farlo rinascere sarà il caso. Il vagare per Tokyo da nove anni è premiato poco prima di far ritorno in Francia rinunciando così alla possibilità di rivedere la figlia ormai dodicenne. Se la ritroverà in auto per puro caso e da quel momento, tutto ciò che è stato sopito si risveglia. Il desiderio si manifesta sottoforma di rottura delle regole, di non accettazione passiva di un conformismo vuoto e grigio. 

Fuori dalla metafora, il film cerca di raccontare il dilemmma della contemporaneità: rivendicare il proprio io o annegarlo con tutti gli altri in un flusso caotico e indistinto? Spesso fatto di abitudini e regole senza senso per quanto antiche e forti.

Da questo punto di vista Tokyo è stata una scelta felice: una città dei desideri, ma che al suo interno ha regole e abitudini rigide e non particolarmente aperte e inclusive. Un labirinto dove può essere difficile ritrovarsi, ma anche ben strutturato in gerarchie, poteri, ruoli.

Nel suo appartamento semivuoto, in via di dismissione, il protagonista vive con una scimmietta (Jan Paul): tenera e simpatica rappresentazione del kawaii giapponese, ma anche forza irrazionale e ancestrale di umanità. Tuttavia la scimmiettà è tenuta chiusa in un appartamento caldo, confortevole, ma vuoto di cui ci si vorrebbe disfarsi senza tuttavia riuscirci.

Altri personaggi minori compaiono nel film, dando ritmo e accompagnando il gruppo di genitori esautorati per legge dalla possibilità della genitorialità. Un gruppo scomposto, sempre in bilico di affogare i desideri nell'alcol, sempre in procinto di cadere in depressione e perdersi definitivamente. In effetti, in modo del tutto straniante, questi personaggi scompaiono dal film, come se non fossero mai esistiti, lasciando lo spettatore alquanto confuso.

Infine, la ragazzina è sangue misto: metà giapponese e metà francese. No sa nulla del padre, ma quando lo trova per caso in qualche modo lo riconosce e anche lei fa azioni di rottura con le abitudini conformiste: ruba in un combini e costringe il padre a passare del tempo con lei non soppesando le  conseguenze.

La parte mancante è il tempo? Il tempo di qualità tra esseri umani? è il tempo da dedicare all'esistere fatto anche di desiderio, speranze, piccole o grandi gioie. In effetti il padre al ritrovamento della figlia ormai cresciuta, a stento contiene l'esaltazione, ci prova, ma pian piano dimentica come fare e la sua eccitazione si fa viva e presente, incurante di una struttura sociale del tutto inadeguata. 

Un ottimo film, dal forte impatto simbolico, ma anche umano ed emotivo. 


 

Commenti